Al di là dello Specchio

Una delle cose che ha sempre suscitato in me un certo interesse , nonché una buona dose di inquietudine, è lo specchio. Sono molte le leggende e le storie che ruotano attorno a questo oggetto; alcune storicamente supportate e altre apprezzabili da chi, come me, ama tutto ciò che ricopre con un velo di mistero un’esistenza fin troppo votata al reale e alla normalità.

Lo specchio viene considerato, erroneamente a mio parere, un arbitro imparziale: riflette le cose così come sono e così come appaiono davanti a lui, ma se ci pensiamo un attimo….

La nostra immagine nello specchio non rappresenta noi, bensì un nostro doppio, perfettamente opposto e a noi speculare. Lo specchio è l’eterno inganno e l’uomo, che per natura tende ad affidarsi a chi promette verità assoluta, si illude nel riflesso di sé stesso e si perde in esso, fino a raggiungere nuovi mondi, destinati solo a chi sa guardare oltre quel vetro.

“Alice stava sulla mensola del caminetto mentre diceva così, sebbene non sapesse spiegarsi come fosse arrivata lassù. E certo il cristallo cominciava a svanire, come una nebbia lucente. L’istante dopo Alice attraversava lo specchio e saltava agilmente nella stanza di dietro.”

Così come capitò ad Alice, che decise di oltrepassare lo specchio per entrare nel mondo fantastico che vi era dietro. Carrol non è l’unico che ipotizza l’esistenza dell’Altro Mondo al di là dello specchio.

Esiste una leggenda cinese, riportata alla luce dallo scrittore Argentino Jorge Luis Borges che narra di come il mondo degli specchi e quello degli uomini, una volta, fossero comunicanti ma allo stesso tempo, estremamente diversi: non coincidevano né i colori, né le forme di coloro che li popolavano. I due regni vivevano in pace e attraverso gli specchi si entrava e si usciva. Una notte gli abitanti del mondo speculare invasero la nostra realtà e, dopo sanguinose battaglie, gli uomini, capeggiati dall’Imperatore Giallo, prevalsero e ricacciarono indietro gli invasori, imprigionandoli negli specchi e imponendo loro il compito di ripetere tutti gli atti degli uomini come punizione perpetua.

aliceLo specchio è stato inoltre associato più volte all’arte della divinazione. Attraverso lo specchio era possibile avere una visione di ciò che il futuro ci avrebbe riservato.

Caterina De’ Medici, principessa italiana, andata in sposa a soli 14 anni al futuro re di Francia, Enrico di Valois, dopo la morte di quest’ultimo (predetta alla stessa Caterina dall’alquanto famoso Nostradamus), iniziò a interrogare il futuro per sapere quale sorte il destino avrebbe riservato ai suoi tre figli maschi. Caterina era talmente avvolta dal fascino dell’occultismo che fece costruire, nel castello di Chaumont, nella Loira, un appartamento, il cui unico scopo sarebbe stato quello di svolgerci un rito. Al termine del rito, la cui durata era di 45 giorni, le sarebbe stato concesso di vedere in uno specchio magico l’avvenire…

Leggenda dice che Caterina vide una scala, intorno alla quale ogni figlio, a turno, fece tanti giri quanti sarebbero poi stati gli anni del suo regno ( rispettivamente 1,14 e 15), dopo di loro si presentò Enrico Borbone, marito di una delle figlie, che fece 22 giri e poi scomparve. Inutile dire che alla morte di tutti gli eredi legittimi di Caterina, salì al trono Enrico di Borbone, che regnò per 22 anni.

Anche Enrico IV interrogava lo specchio per farsi descrivere la cospirazione politica in atto contro di lui.

SPECCHIOL’Alchimista medievale Albertus Magnus aveva addirittura scritto una formula capace di rendere magico uno specchio: “Comprane uno normale e scrivi su di esso: S.Solam S.Tattler S. Echogordner Gematur ; sotterrarlo, nelle ore dispari, in un bivio di strade; il terzo giorno vai nello stesso posto e nello stesso momento, scava, e per la prima cosa guardati nello specchio.” Se nello specchio appariva un gatto o un cane, lo specchio era divenuto magico.

Ma lo specchio è anche, per molte culture orientali, un portale tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Nella tradizione buddista giapponese vi è l’usanza di porre uno specchio di bronzo accanto alla testa del defunto, per proteggere la sua anima dalle forze del male e ancora oggi è diffusa la credenza ( o superstizione) che gli specchi riflettano l’anima o, nella peggiore delle ipotesi, che la catturino, imprigionandola per sempre al loro interno. Questo spiega l’usanza di non collocare specchi nelle stanze dei vecchi ospedali, poiché si credeva che durante la malattia , l’anima fosse più vulnerabile; spiega anche come mai, nell’immaginario collettivo, streghe o vampiri non si riflettano negli specchi: avendo stretto un patto con il diavolo, non hanno più un’anima che possa mostrarsi.

Tornando ai nostri tempi, la leggenda più creepy legata agli specchi è sicuramente quella di Bloody Mary.

bloody marySi dice che Bloody Mary sia una strega bruciata sul rogo la cui anima ritorni e si presenti a chiunque la invochi. In realtà Mary era la figlia del medico di un piccolo villaggio, che si era ammalata di tifo. Aveva la febbre altissima e giaceva a letto in stato incosciente. Sebbene fosse ancora viva, per scongiurare una possibile epidemia, il padre decise di adagiarla dentro una bara e seppellirla nel giardino fuori casa. La madre, disperata per quella atroce decisione, pensò almeno di legare al polso di Mary uno spago collegato a una campanella fissata alla porta di casa. Se fosse miracolosamente guarita o si fosse risvegliata, avrebbe udito lo scampanellio e salvato la figlia da quella tortura.

Scoperto l’astuto stratagemma, il medico somministrò alla moglie della morfina facendola cadere in un sonno profondo. Quando si fece giorno e la donna si risvegliò, corse immediatamente fuori dalla casa. Lo spago era rotto e la campanella muta, per terra. Mary doveva essersi risvegliata durante la notte agitandosi nella bara. La fecero disseppellire e si trovarono di fronte a uno spettacolo raccapricciante: Mary aveva gli occhi spalancati, il terrore ancora impresso nelle pupille senza vita. Doveva essere morta per lo spavento e per soffocamento. Il vestito imbrattato dal sangue delle dita scarnificate che avevano cercato una via d’uscita, le unghie conficcate tra le venature del legno. Si dice che lo spettro adirato della ragazzina compaia a chi la evochi ripetendo per tre volte di seguito ‘Bloody Mary’. Ai più fortunati rivelerà il futuro, altrimenti si scaglierà con le mani artigliate sul viso dello sventurato, deturpandoglielo per sempre.

In ogni tempo e luogo, l’uomo è sempre stato attirato dall’utopia dell’esistenza di qualcosa oltre il mero visibile agli occhi e per rincorrere questa chimera è stato in grado di affrontare molte delle sue paure, le ha esorcizzate e rese parte integrante della sua esistenza, tanto che, molti di questi rituali fanno parte della tradizione. Certo è che anche l’illusione attira l’uomo e lo specchio non è che questo: l’illusione di una realtà migliore, la speranza di un ponte tra vita e morte, ma soprattutto la rappresentazione di un sogno, che potrà essere fittizio e irreale, ma è una delle poche cose in grado di regalarci un attimo di spensierata felicità nella banalità di una vita normale.

Di come il figlio dell’Amore divenne Odio

Buio, Oscurità, nero manto della notte, avvolgente come l’abbraccio dell’Amore.

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E’ l’Amore che lo ha generato ed ora il figlio ingrato si oppone con la forza al padre perché Amore lo ostacola, ferma il suo volo verso l’ignoto, lo riporta a terra, su questa terra arida di speranza, dove i sogni non prendono vita.

E’ Odio, figlio di Amore, ribelle ragazzo che non vuole crescere e accettare la realtà privata dell’illusione.

E’ Odio, figlio di Amore, che spande il suo grido di dolore su tutti i mari e le coste.

E’ Odio, figlio di Amore, che ripudia il padre per rifugiarsi nel suo mondo, dove tutto è ancora possibile; Odio non pensa, è guidato solo dall’istinto, e ingenuo, si dirige là dove pensa non nascano i fiori, là dove crede vi sia sempre l’inverno.

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Ma poi si ritrova a piangere su uno scoglio, privo di tutte quelle difese che non ha fatto in tempo a costruire e si accorge di essere piccolo… Si accorge che non ci sono isole nascoste agli adulti dove i bambini, come lui, possono vivere, dimenticati dal tempo e dalla morte.

Si accorge che la sofferenza vive dentro di lui da molto tempo e non è riuscito ad evitare il dolore semplicemente pensando che non esistesse.

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 Si accorge di essere ricoperto di ferite, che sanguinano ma che vede per la prima volta.

E lui, Odio, che aveva giurato che dai suoi occhi non sarebbero mai uscite lacrime, ora piangeva, piangeva per tutte quelle volte che non lo aveva fatto, piangeva per quelle ferite, di cui si era accorto troppo tardi ed ora, incurabili, lo conducevano verso la fine.

E proprio durante l’incessante corsa verso il traguardo finale, ricordò il momento della sua nascita, quando venne chiamato a popolare questo mondo, ricordò suo padre, Amore: l’istante in cui lo vide per la prima volta fu anche il momento esatto in cui nacque l’ invidia, seguita dalla paura di non riuscire ad eguagliare la sua fama e la paura di deludere le aspettative che accompagnavano il suo arrivo.

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Da quel momento fu Odio e rise del male e provò indifferenza nei confronti del bene.

Ma non agiva: furono gli uomini ad invocare la sua presenza e a trasformarlo in strumento per i loro subdoli fini; gli uomini lo hanno reso  assassino e dopo aver ucciso la sua infanzia, averlo sfruttato, lo hanno gettato via lungo una strada, che ora lui considera la sua casa.

Odio è ancora su quella strada, non l’ha mai abbandonata, e ora muore sul suo asfalto freddo, ma sempre più caldo dei cuori di tutti quelli che ha conosciuto, incontrato, intravisto e sfiorato.

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Così muore Odio, figlio di Amore, amico dell’uomo, bambino che nessuno ha mai consolato, ragazzo sfruttato dalla giovinezza, eterno eroe incompreso del suo tempo.

 

Storia di una bambina triste

“La storia inizia più o meno come tutte le altre storie già raccontate e quasi scuramente non aggiugerà nulla ai racconti dell’infanzia di ogni bambino, non vi darà niente in più di quello che già avevate, non avrà una morale nascosta, non vi susciterà nessuna emozione, ma la scriverò comunque perchè per quanto sia comune, banale, priva di senso e incompiuta, è pur sempre la mia storia.”

pezzaQuesta è la storia di una bambina triste che aveva deciso di non di parlare, di non comunicare in ogni altro modo,rimanendo il più possibile estranea alla realtà in cui si trovava immersa.
Era nata sì ma da allora nulla.
Non c’era stato alcun cambiamento in lei e nessun segno significativo di crescita, era rimasta tale e quale al momento della nascita.
Sembrava una bambola di porcellana.
Involucro senz’anima di una vita che non sembrava volere.
Perchè non cresceva? Non ne aveva voglia, non c’era nulla che la spingesse a farlo, non ne capiva il senso: vedeva tutte quelle persone che si affaticavano a cercare sempre qualcosa, ne avevano tante di cose attorno ma ce n’era sempre una che cercavano con più ardore e sembrava sfuggirgli.
Era una buona osservatrice: dalla sua culla muoveva i suoi occhietti vispi verso le ombre, aveva imparato a riconoscerle tutte. C’era quella che sulla testa portava una specie di cilindro con delle spille: era quella che molto spesso la sollevava e non sembrava per niente condividere la sua decisione di non crescere, ma la cosa che la disturbava di più era il fatto che non parlasse ancora, perchè come diceva: “Tutti i bambini di quell’età parlano già fluentemente e camminano persino, senza alcun sussidio”.
Poi c’era l’ombra buona, si riconosceva perchè era la più alta di tutte, era l’unica ombra che non le rivolgeva mai rimproveri, aveva sempre una parola gentile e sembrava non dare alcun peso alla sua statura, alla sua poca loquacità o alla sua mancanza di movimenti tipici dei bambini di quell’età.1womanwithcandleontableshadow
Infine c’era l’ombra che non veniva quasi mai a trovarla, rimaneva sempre sulla soglia della porta, la osservava per un pò e poi se ne andava.

Questa è la storia di una bambina delusa che aveva deciso di non muoversi perchè aveva paura di cadere.
Era nata sì, ma appena fuori dal limbo dei bambini aprì gli occhi per la prima volta e la prima cosa che vide fu un mazzo di rose su un comodino: erano così…così…gli sembrava di sentire di nuovo il calore che aveva provato fino a un attimo prima, e poi c’era un alone attorno a quei fiori, quasi un’aura di gentilezza e tenerezza che le aveva fatto percepire una sensazione di appartenenza.
Ogni giorno, quando era sveglia, guardava quel mazzo di fiori, finchè un giorno arrivò un ombra strana, mai vista prima e si inglobò per un istante con l’ombra delle rose, solo che quando si staccò di nuovo, l’ombra delle rose non era più al suo posto, era sparita; solo dopo farneticamenti vari e un pò di sussulti , capì che l’ombra dei fiori era più in basso.
L’ombra sconosciuta prese il mazzo e lo gettò via, infilandolo in un secchio.
Le cose che cadono non sono più degne di esistere. Le cose che cadono si buttano nei secchi e poi spariscono.

Questa è la storia di una bambina disillusa che aveva deciso che non avrebbe mai parlato perchè aveva paura di non aver niente da dire.
Era nata sì, ma ancora prima di farlo, aveva ascoltato molto le voci che venivano da fuori. le voci parlavano e facevano discorsi complessi e articolati: una voce iniziava e l’altra subito dopo interveniva; a volte erano anche più di due, ognuna con un tono diverso.
Quelle che le piacevano di più erano le voci che intonavano, quelle che si esprimevano attraverso la musica, amava ascoltare quelle voci, anche se a volte si interrompevano bruscamente.
Non vedeva l’ora di poter parlare ma soprattutto di poter intonare, finchè un giorno la voce dura, quella con il tono basso, disse all’altra, quella soave e squillante, che se non aveva nulla da dire avrebbe fatto bene a star zitta.
E da quel momento l’aspirante bambina iniziò a pensare a cosa avrebbe detto una volta che fosse andata nel mondo del fuori e si accorse che non lo sapeva, non aveva la minima idea di quali sarebbero state le sue prime parole o quale il suo primo discorso lungo.
Le persone che non hanno niente da dire fanno bene a star zitte.

Questa è la storia di una bambina che aveva deciso che non sarebbe mai cresciuta perchè aveva paura di non essere accettata.
Era nata sì e dopo poco tempo era stata subito avvolta da qualcosa: era qualcosa che non le piaceva, non era naturale e le dava una sensazione di fastidio ogni volta che tentava di divincolarsi.
Le ombre parlanti sembravano sembravano sempre preoccuparsi che lei fosse ben coperta e avvolta nella cosa ignota, finchè un giorno l’ombra dalla voce squillante disse che la cosa ignota non era più in grado di avvolgerla come doveva, come era raccomandabile, così il giorno dopo arrivò un’ altra cosa sconosciuta, leggermente più confortevole di quella precedente.
Successivamente seppe che anche le ombre parlanti si avvolgevano con quelle cose che lei non sopportava, l’ombra dalla voce squillante si lamentava sempre del fatto che non ce ne fosse mai una che la avvolgesse al meglio, e ogni volta esprimeva la speranza che la sua bambina non diventasse come lei. Si rivolgeva all’ombra buona e si raccomandava: la bambina non avrebbe dovuto mai cibarsi fuori dagli orari consentiti, sennò neanche per lei ci sarebbero state cose in grado di coprirla perfettamente, nel modo in cui è raccomandato dalla cosa chiamata società.
A quanto pare questa società dettava delle regole molto serie e rigide a cui tutte le ombre parlanti sembravano essere completamente devote, tanto che se non riuscivano a rispettarle si punivano, si rimproveravano e a volte addirittura piangevano e si disperavano. Come l’ombra dalla voce squillante che di notte singhiozzava nel buio della sua camera perchè non riusciva a entrare nelle cose ignote nel modo appropriato, nel modo consentito dalla cosa chiamata società.
La bambina, ancor più triste e sconsolata, decise che non sarebbe mai cresciuta, così la cosa ignota che la avvolgeva in quel momento le sarebbe rimasta per sempre addosso senza alcun problema e la società non avrebbe mai potuto dir nulla al riguardo: sarebbe rimasta fedele alle regole e per lei non sarebbe mai esistita la sofferenza di un fallimento.
E’ bene che si rimanga sempre fedeli alle regole della società perchè se si sbaglia, uscire fuori dalle regole causa sofferenza.

Molte volte, quando accendo un fuoco, spero che piova presto.

 

Per tutti quei momenti in cui senti l’impellente bisogno di calma e serenità, per tutti quei momenti in cui non c’è niente di meglio del proprio piccolo mondo, della stabilità di un porto sicuro, che ci sarà sempre e, per quanto si possa andare lontano, il nostro cuore sarà sempre in grado di ritrovare la strada di casa….

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” La stretta luce della lampada, il focolare; la fantasticheria, col dito sulla tempia e gli occhi che si perdono negli occhi tanto amati; l’ora del tè fumante, l’ora dei libri chiusi; sentire dolcemente la sera che finisce; la fatica piacevole e l’adorata attesa di quell’ombra nuziale e della dolce notte: oh, tutto questo insegue il mio sogno, commosso, senza posa, attraverso inutili rinvii, per i mesi impaziente, per i giorni furioso.”

Immagine“Il chiasso dei caffè, il fango della strada, i platani che perdono foglie nell’aria scura, l’omnibus, uragano di ferraglia e di melma, che stride sobbalzando sulle quattro ruote e rotea lentamente gli occhi suoi verdi e rossi, gli operai che vanno al club fumando pipe sotto il naso di agenti di polizia, tetti gocciolanti, selciati sdruccievoli, muri umidi, traboccanti fogne, bitume rotto: il mio percorso è questo – e il paradiso è in fondo.”

– Paul Verlaine

Il Signore delle Mosche

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“Te ne sei accorto, no?

Jack posò la lancia e si accovacciò per terra.

“Di che cosa?”

“ eh…che hanno paura”.

Si rigirò e guardò la faccia sporca e feroce di Jack.

“ Hai visto come vanno le cose. Hanno dei sogni. Si fanno sentire. Sei mai stato sveglio, di notte?”

Jack scosse il capo.

“Parlano e gridano. I piccoli. Anche qualcuno degli altri. Come se…”

“Come se l’isola non fosse magnifica”.

 Ho profondamente odiato questo libro: l’ho odiato quando sono stata obbligata a leggerne alcuni passaggi per la scuola e l’ho odiato di nuovo quando, spinta da non so quale istinto indecifrabile, ho deciso di comprarlo e leggerlo interamente. Ho pensato e ripensato a quali fossero quegli elementi che me lo rendessero così insopportabile e, mentre provavo, con scarsi risultati, a stendere una lista dei suoi aspetti negativi, sono arrivata alla conclusione che non ci sono particolari scene o fattori che me lo hanno reso intollerabile: l’ho odiato proprio nell’insieme.

E probabilmente questo è anche il suo obiettivo: ti mette davanti ad una realtà senza speranza, ad un’umanità che si lascia sopraffare, ti dice non solo che il singolo, quando si trova nel gruppo, non avrà alcuna possibilità di imporre il suo volere, ma non proverà neanche ad avanzare la sua individualità, ti mostra che, in una situazione di sopravvivenza, l’uomo, chiunque esso sia, anche un bambino, metterà sempre la propria vita, il proprio benessere davanti a tutto, non si farà scrupoli di uccidere, se ciò significherà salvare se stesso.

E’ un libro che non ci consegna nessun messaggio di speranza: siamo tutti uguali, la bestia si nasconde in ognuno di noi, si nasconde dietro la vita di tutti giorni e le facili conquiste e aspetta solo la prima buona occasione, il primo momento di difficoltà, per manifestarsi. Nascondiamo la bestia ogni giorno, ogni momento, pensando di essere immuni al suo fascino e alla sua influenza, pensiamo di esserne i padroni, ci illudiamo di saperla dominare, ma in realtà è lei che ci domina, ci uccide giorno dopo giorno, lentamente, così che non siamo in grado di accorgerci di niente; finché un bel giorno non ci rimane più niente, siamo in tutto e per tutto la bestia, e non c’è possibilità di tornare indietro….

Questo è quello che non sono stata in grado di sopportare: una visione di inevitabile fallimento, a cui va incontro ogni essere umano, la più completa mancanza di fiducia nel singolo e nella coscienza individuale, ma soprattutto, ciò che proprio non riesco a sostenere è  quella fastidiosissima vocina, a cui cerco di non dare ascolto, che, incessante, mi bisbiglia che potrebbe davvero essere così….

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“ L’ avevano già immaginato, che quella era un’isola: mentre si arrampicavano tra le rocce rosa, col mare sui due lati, nell’aria cristallina dell’altura, avevano capito per istinto che il mare li circondava. Ma per dire l’ultima parola aspettarono, come era giusto, di essere sulla cima, e di vedere un orizzonte d’acqua tutto in giro. Ralph si volse gli altri. “E’ tutta per noi”.

 “ Il silenzio della foresta era più opprimente del calore, e a quell’ora del giorno non c’era nemmeno il ronzio degli insetti. Solo quando Jack fece alzare un uccello variopinto da un primitivo nido di stecchi, il silenzio fu turbato, e un grido acuto, che sembrava venire dagli abissi del tempo, suscitò echi lunghissimi. Jack sbalzò lui stesso a quel grido, aspirando aria con un sibilo, e per un minuto più che un cacciatore fu un essere furtivo, scimmiesco, tra l’intrico degli alberi”.

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“Improvvisamente, mentre camminava lungo l’acqua, si sentì sopraffatto dallo stupore. Si accorse che cominciava a capire come fosse faticosa quella vita, nella quale ogni sentiero era nuovo, e una parte considerevole del tempo in cui si stava svegli si doveva passarla a guardarsi i piedi. Si fermò, osservando la sabbia, e ricordando la prima esplorazione entusiastica come se fosse parte di un’infanzia più bella, sorrise con scherno.”

 “ Ho convocato l’assemblea” disse Jack “ per un mucchio di cose. Prima di tutto, ormai lo sapete…abbiamo visto la bestia. Siamo andati su adagio adagio. Eravamo solo a pochi centimetri di distanza. La bestia si è tirata su e ci ha guardati. Non so che cosa faccia. Non sappiamo neanche cosa sia….”

“E’ una bestia che viene fuori dal mare….”

“Dal buio…”

“Dagli alberi..:”

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“Maurizio e Roberto infilzarono la carcassa, l’alzarono, e pronti a muoversi, i silenzio, in piedi sul sangue ormai secco, diedero intorno uno sguardo furtivo. Jack parlò ad alta voce:

“ Questa testa è per la bestia. E’ un dono.”

Il silenzio accettò il dono e li impaurì. La testa rimase lì, con gli occhi velati, con una specie di ghigno, col sangue che diventava nero tra i denti. Tutto d’un tratto si misero a correre, più in fretta che potevano, per la foresta, verso la spiaggia aperta.”

 “Non c’erano ombre sotto gli alberi, ma dappertutto una calma perlacea, e ciò ch’era reale sembrava un’illusione, qualcosa di vago. Il mucchio delle budella era un grumo nero di mosche che ronzavano come una sega. Dopo un po’ le mosche scoprirono Simone e, ormai sazie, si posarono lungo i suoi rivoletti di sudore, a bere. Gli fecero il solletico sotto le narici, gli saltellarono sulle cosce. Erano innumerevoli, nere e d’un verde iridescente; e di fronte a Simone il Signore delle Mosche ghignava, infilzato sul bastone. Alla fine Simone cedette e riaprì gli occhi: vide i denti bianchi, gli occhi velati, il sangue…e restò affascinato, riconoscendo qualcosa di antico, di inevitabile.”

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“Il cielo oscuro fu squarciato da una cicatrice bianco-azzurra. Un istante dopo il tuono si rovesciò su di loro come una frusta gigantesca. La cantilena salì di tono, freneticamente.

“Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo!”

Ora dal terrore nasceva un altro desiderio, compatto, impellente, cieco.

“Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo!”

Di nuovo balenò su di loro la cicatrice bianco-azzurra e proruppe l’esplosione sulfurea….

“La bestia! La bestia!”

Il cerchio diventò un ferro di cavallo. Qualcosa veniva fuori dalla foresta. Veniva avanti al buio, strisciando, non si capiva come. Gli strilli acuti che s’innalzavano davanti alla bestia erano pungenti come una ferita. La bestia entrò barcollando nel ferro di cavallo”.

 “ Subito la folla la inseguì, scese dalla roccia, balzò sulla bestia, strillò, colpì, morse, strappò. Non ci furono parole, solo una furia di denti e di unghie che laceravano.”

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“Dopo un po’ il mucchio si ruppe e si risolse in figure barcollanti che se ne andavano. Solo la bestia restò ferma, a pochi metri dal mare. Anche nella pioggia essi poterono vedere che la bestia era piccola, e già il suo sangue macchiava la sabbia.”

 “Sull’orlo interno della laguna, dove l’acqua era più bassa, quel chiarore che avanzava era pieno di strane forme che sembravano animali dal corpo fatto di raggi di luna e dagli occhi di fuoco”.

 “La grande onda della marea veniva avanti su tutta l’isola e l’acqua si alzava. Adagio adagio, circondato da una frangia di forme lucenti che sembravano indagare, il corpo morto di Simone, fatto d’argento anch’esso sotto le costellazioni tranquille, si mosse verso il mare aperto”.

“Ci sono degli adulti… dei grandi, con voi?”

Muto, Ralph scosse il capo. Si voltò un po’ indietro. Sulla spiaggia c’era un semicerchio di ragazzi immobili, dipinti a strisce di creta colorata, con bastoni aguzzi in mano: non facevano nessun rumore.

“Ve la spassate” disse l’ufficiale. Il fuoco raggiunse le palme lunga la spiaggia e le inghiottì fragorosamente. Una fiamma, che sembrava staccata, oscillò come un acrobata e lambì la cima delle palme della piattaforma. Il cielo era nero.

L’ufficiale sorrise allegramente a Ralph.

“Abbiamo visto il vostro fumo. Che cosa avete fatto? Una specie di guerra?”

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“Non avrete ammazzato nessuno, spero. Ci sono dei morti?”

“Solo due. E il mare li ha portati via.”

“Ora saltavano fuori degli altri ragazzi, alcuni dei quali molto piccoli, scuri, con le pance gonfie dei piccoli selvaggi.

Uno di essi venne vicino all’ufficiale e guardò in su.

“Io sono, io sono….”

Ma non venne fuori nient’altro. Percival Wemys Madison cercava nella sua memoria una formula magica che era svanita completamente

Stagioni Diverse: l’ Autunno dell’innocenza – Il Corpo (Stand by me)

Immagine“Questa è la cosa peggiore. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.”

Quando è che una cosa è considerata importante? Ciò che per me può essere ragione di vita, per qualcun altro non è nient’altro che un passatempo e quello che per me è indispensabile, per qualcun altro è una facile rinuncia. Chiedersi cosa gli altri pensino dell’importanza che diamo a certe cose, molte volte, fa si che queste vengano sminuite a tal punto da perdere quel valore così profondo che avevano per noi all’inizio.

Ma condividere un’idea, una speranza, una passione, un desiderio, un’esperienza o un segreto, porta tutta la cosa ad un livello superiore: non ci sei più solo tu, con la tua idea, la tua speranza, la tua passione, la tua volontà, la tua esperienza, il tuo segreto, contro tutto il resto il mondo che ti incita a dubitarne, adesso, accanto a te, c’è qualcuno che ti sprona a far crescere quell’idea, a coltivare quella speranza, a tenere viva quella passione, a inseguire quel desiderio, a raccontare quell’esperienza e ascolta, senza alcun tipo di  presunzione, quel segreto.

C’è tutto questo in “Stand by me”: un quadro in cui è dipinta l’amicizia più vera, che nonostante tutto è destinata a finire, in una cornice di ricordi che non si sbiadiranno mai e di piccole conquiste, la cui soddisfazione si ricorderà per sempre ma difficilmente si ripeterà.

Quello che mi ha sempre lasciato l’amaro in bocca è il fatto che non abbia un lieto fine. I quattro amici, con l’andare del tempo, si perdono di vista, tre muoiono giovani senza riuscire a soddisfare nessuno di quelli che erano i loro sogni d’infanzia, e uno diventa si uno scrittore, come voleva, ma ammette che ciò che scrive non suscita ammirazione, non piace a gran parte del pubblico: è di nuovo lui da solo che tenta disperatamente di esprimere il proprio punto di vista contro il mondo che non ha abbastanza tempo,voglia, pazienza, capacità di immedesimazione per capirlo.

Ma forse il bello di questa storia è proprio questo: è reale.

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“Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono, le parole rimpiccioliscono le cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori.”

“Avevo dodici anni, quasi tredici, la prima volta che vidi un essere umano morto. Successo nel 1960, tanto tempo fa… anche se a volte non mi pare così lontano. Soprattutto la notte quando mi sveglio da quei sogni in cui la grandine cade nei suoi occhi aperti.”

 “ Impressioni diverse per persone diverse, dicono, ed è esatto. Così se vi dico estate, voi ricevete un insieme di immagini private, personali, che sono completamente differenti dalle mie. Regolare. Ma per me, estate significherà sempre correr lungo la strada verso il Florida Market con le monete che mi risuonano in tasca, la temperatura allegramente oltre i quaranta, i piedi nelle scarpe da tennis.”

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  “ Avevamo quasi raggiunto il ponte che porta la ferrovia dall’altra parte del fiume quando Teddy scoppiò a piangere. Fu come se una grande ondata interna di marea avesse schiantato un sistema accuratamente costruito di dighe mentali. Non esagero, fu altrettanto improvviso e altrettanto violento”.

 

“Sta a sentire, Teddy, che ti frega di quello che un vecchio sacco di merda come quello dice di tuo padre?…Questo non cambia niente no?”

“Teddy scosse la testa violentemente. Non cambiava niente. Ma sentirlo dire alla luce del sole, una cosa che doveva avergli girato all’infinito nella mente mentre lui era stesa a letto senza dormire e guardava la luna fuori contro su un vetro della finestra, una cosa a cui doveva aver pensato in quel suo modo lento e rotto finché non gli era parsa quasi una cosa sacra, cercare di darle un senso,, per poi doversi rendere conto che gli altri avevano liquidato suo padre semplicemente come un mentecatto…questo lo aveva steso. Ma non cambiava niente. Niente.”

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“Ci eravamo invitati al nostro funerale. Quest’ultimo pensiero ruppe la paralisi e scattai in piedi. Probabilmente a chi mi avesse visto sarei sembrato un pupazzo a molla di quelli che balzano fuori dalla scatola, ma a me diedi l’impressione di uno visto al rallentatore sott’acqua, che schizza su non per un metro e mezzo di aria ma attraverso centocinquanta metri di acqua, movendosi lentamente, movendosi con paurosa fiacchezza in mezzo all’acqua che si apre a fatica. Ma finalmente ruppi la superficie. Urlai “TRENO!”

“Credo che fu quel giorno che cominciai a capire un po’ come succede che un uomo diventa un temerario. Un paio di anni fa ho pagato venti dollari per vedere Evel Kneivel che tentava il salto sopra lo Snake River Canyon e mia moglie ne fu inorridita. Mi disse che se fossi nato nell’antica Roma sarei stato sempre nel Colosseo a piluccare grappoli d’uva e a guardare i leoni che sbudellavano i cristiani. Aveva torto… Non tirai fuori quei venti biglietti per guardare quell’uomo morire….ci andai per quelle ombre che sono sempre da qualche parte dietro i nostri occhi, per quello che Bruce Springsteen in una delle sue canzoni chiama le tenebre al limite del paese, e prima o poi credo che tutti vogliano sfidare quelle tenebre…”

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“ E sai una cosa Gordie? Per giugno prossimo saremo tutti divisi.”

“Che sai dicendo? Perché dovrebbe succedere una cosa del genere?”

“ Non è come le elementari, ecco perché. Tu sarai nei corsi di college. Io e Teddy e Vern saremo nei corsi professionali, a giocare a biglie con il resto dei ritardati, a fare posacenere e ripari per uccelli, Vern potrebbe addirittura dover andare al corso di recupero. Tu incontrerai un sacco di compagni nuovi, gente in gamba. E’ così che va, Gordie. E’ così che l’ hanno organizzata.”

 “Ti farei vedere io se fossi tuo padre!” disse con rabbia. “ Non te ne andresti in giro a cianciare di fare quegli stupidi corsi commerciali, se io fossi tuo padre! E’ come se Dio ti avesse dato qualcosa, tutte quelle storie che sai inventare, e ti dicesse: questo è quello che abbiamo per te ragazzo. Cerca di non perderlo. Ma i ragazzi perdono tutto se non c’è qualcuno che li tiene d’occhio, e se i tuoi sono troppo distrutti per farlo loro, allora dovrei farlo io”.

“In quel momento vidi una di quelle cose, la vidi con assoluta chiarezza e certezza. Era stato strappato via dalle sue scarpe. Il treno lo aveva strappato via dalle sue scarpe come aveva strappato via la via dal suo corpo. Questo finalmente mi illuminò. Il ragazzo era morto. Non era malato, non stava dormendo…era morto”.

 

“ Era un ragazzo della nostra età, era morto, e rifiutavo l’idea che potesse esserci alcunché di naturale in questo; la spinsi via con orrore”.

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Finalmente Chris parlò. “ Lo diranno”.

“Ci puoi scommettere che lo diranno. Ma non oggi, né domani, se è questo che ti preoccupa. Passerà molto tempo prima che lo dicano, credo. Anni, forse.”

Mi guardò sorpreso.

“ Sono spaventati Chris. Soprattutto Teddy, ha paura che non lo prendano nell’esercito. Ma anche Vern è spaventato. Ci perderanno un po’ di sonno, e ci saranno delle colte, ques’autunno, che ce l’avranno proprio sulla punta della lingua, lì lì per dirlo a qualcuno, ma non credo che lo faranno. E poi…sai una cosa? Può sembrare pazzesco, ma… credo che dimenticheranno perfino che sia mai successo.”

Si allontanò, sempre ridendo…come se non avesse il minimo pensiero al mondo, come se se ne stesse andando in un gran bel posto invece che solo a casa, in una casa ( una baracca, sarebbe più vicino alla verità) di tre stanze senza servizi e con le finestre rotte coperte di plastica e un fratello che probabilmente lo stava aspettando nel cortile davanti. Anche se avessi saputo la cosa giusta da dire, probabilmente non l’avrei detta. I discorsi distruggono le funzioni dell’amore….la parola è un danno….l’amore ha i denti; i denti mordono; i morsi non guariscono mai. Nessuna parola, nessuna combinazione di parole può chiudere quelle ferite d’amore. …se quelle ferite si asciugano, le parole muoiono con loro.”

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 “ Teddy e Vern lentamente divennero due facce come tante a scuola, nei corridoi o nell’aula delle punizioni delle tre e mezzo. Un cenno della testa, ciao ciao. Questo era tutto. Gli amici entrano ed escono nella nostra vita…qualcuno va a fondo, ecco tutto. Non è giusto, ma succede. Qualcuno va a fondo”.

 “ Vern Tessio rimase ucciso in un incendio che rase al suolo un edificio di appartamenti di Lewiston, nel 1966….Tedd se ne andò in uno squallido incidente automobilistico….Verso la fine del 1971, Chris entrò in un Chicken Delight di Portland per il pranzo. Giusto avanti a lui, due uomini iniziarono a litigare su chi era il primo della fila. Uno dei due tirò fuori un coltello. Chris, che era sempre stato il migliore di noi a mettere pace, si mise in mezzo e si prese una coltellata alla gola. Lo lessi sul giornale: stava finendo il suo secondo anno di università.”

 “Guardai verso sinistra, e oltre la fabbrica potei vedere il Castle, non tanto ampio ora, ma un po’ più pulito, scorrere ancora sotto il ponte tra Castle Rock e Harlow. Il ponte ferroviario è scomparso, ma il fiume è ancora in giro. E anch’io”.

La Linea d’ombra

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 “Solo i giovani hanno di questi momenti….Uno chiude dietro di sé il cancelletto della fanciullezza- ed entra in un giardino incantato. Là persino le ombre rilucono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha un suo fascino. E non perché sia una terra tutta da scoprire. Si sa bene che l’umanità intera l’ ha percorsa in folla. E’ la seduzione dell’esperienza universale, da cui ci si attende una sensazione singolare o personale: un po’ di se stessi.”

A tutti capita, prima a poi, di vivere un momento in  cui tutto ciò che ti circonda ti sembra piatto, in cui tutto ti appare incredibilmente noioso e privo di interesse; in quei momenti vorresti vivere, ma non ci riesci, perché niente ti stimola, vorresti spiccare su tutto, ma non lo fai, perché niente di spinge a compiere quel balzo; in quei momenti ti senti l’unica cosa giusta in un mondo completamente sbagliato: un mondo che non ti merita perché resta immobile, mentre tu hai voglia di correre.

E’ in quel momento che davanti a te appare la “linea d’ombra”.

E per superarla ti occorre solo un’ occasione, di qualsiasi tipo, che ti metta alla prova, che ti permetta di provare ciò che senti di valere, che ti tolga dall’immobilità e ti faccia finalmente confrontare con tutta quella  realtà che finora hai solo immaginato.

Ciò che non si conosce suscita sempre un certo fascino e , allo stesso tempo una forma di paura; affrontare la novità, situazioni mai vissute prima, significa sentirsi inizialmente inadeguati, non all’altezza, significa mettere in dubbio noi stessi e  quello che abbiamo sempre pensato di essere: attraversare la linea d’ombra significa inevitabilmente cambiare ciò che eravamo.

La linea d’ombra è quindi un passaggio da una condizione iniziale ad una sconosciuta.

Molti affermano che la linea d’ombra di Conrad stia a rappresentare il passaggio dalla gioventù all’età adulta; ma, se così fosse, vorrebbe dire che la linea d’ombra si presenta solo una volta nella nostra vita e una volta superata non la si rincontrerà mai più? Che c’è solo un preciso momento in cui si va incontro al cambiamento?

Io penso che l’intera vita sia un insieme infinito di “linee d’ombra” e che , una volta superata la prima, una volta che ci si è adattati alla nuova condizione, ne appaia subito un’altra di fronte a noi.

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“Si procede. E il tempo pure procede- finché si scorge di fronte a sé una linea d’ombra, che ci avverte che bisogna lasciare alle spalle anche la regione della prima gioventù. E’ il momento della vita in cui possono capitare di quei momenti cui ho accennato. Che momenti? Ebbene, momenti di tedio, di stanchezza, di scontento. Momenti di riflessione”

 “ Tutto l’insieme rafforzava in me l’oscura sensazione che la vita non fosse altro che uno sciupio di giorni, sensazione che in parte inconsapevolmente mi aveva fatto abbandonare un comodo imbarco, allontanato da uomini che mi piacevano, per sottrarmi alla minaccia del vuoto…. Per poi ritrovare la vacuità alla prima svolta.”

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“Eccomi qua, investito in un batter d’occhio di un comando, non secondo l’ordine consueto delle umane cose, ma piuttosto quasi per incanto. Avrei dovuto essere intontito dallo stupore. Ma non lo ero. Ero proprio come i personaggi delle favole. Nulla li stupisce, mai. Cenerentola non prorompe in alcuna esclamazione quando da una zucca salta fuori un cocchio di gala attrezzato di tutto punto per portarla al ballo. Ci monta su tranquillamente e se ne va incontro alla sua straordinaria fortuna.”

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“La strada sarebbe stata lunga. Sono lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il cuore brama. Ma questa strada l’occhio della mia mente la poteva vedere su una carta, tracciata professionalmente, con tutte le sue complicazioni e difficoltà, eppure a suo modo sufficientemente semplice. O si è marinaio, o non lo si è. E di esserlo io non avevo dubbi.”

“ Di fronte a quell’uomo, che giudicai più anziano di me di parecchia anni, ebbi coscienza di ciò che mi ero ormai lasciato alle spalle- la mia giovinezza. E non era davvero un gran conforto. La giovinezza è una bella cosa, una forza potente- fintanto che uno non ci pensa. Sentivo che stavo prendendo coscienza di me stesso.”

“ L’immobilità che covava sul mondo pareva captare, come una volta acustica, il suono più flebile. Bastava il tono colloquiale a trasportare una parola da un capo all’altro della nave. La cosa terribile era che l’unica voce che udivo era la mia.”

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“Mi pare che tutta la mia vita trascorsa prima di quel memorabile giorno sia infinitamente remota, come un ricordo sbiadito di giovinezza spensierata, qualcosa che sta al di là di una zona d’ombra.”

 

“A quest’ora vi sentirete stanco sfinito”.

“ No -dissi.-Non stanco.Vi dirò io, capitano Giles, come mi sento. Mi sento vecchio. E devo anche esserlo. Tutti voi a terra mi sembrate nient’altro che una banda di giovincelli scapestrati che non hanno mai avuto una preoccupazione al mondo.”

Il curioso caso di Benjamin Button

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“ E allora” ansimò il signor Button “qual è il mio?”

“Quello là!” disse l’infermiera.

Gli occhi di Button seguirono il dito puntato della ragazza, ed ecco ciò che videro. Avvolto in una coperta bianca molto voluminosa, un vecchietto di circa settant’anni sedeva in una delle culle, che riusciva a contenerlo solo in parte. I capelli radi erano quasi bianchi, e sul mento gli pendeva una lunga barba color fumo, che ondeggiava assurdamente di qua e di là, alla brezza che entrava da una finestra. Il vecchio alzò su Button due occhi sbiaditi e palesemente miopi, dai quali trapelava un interrogativo sbalordito.”

C’è veramente un tempo giusto per ogni cosa? Esiste un ordine prestabilito  per le esperienze della vita? Quando è che dobbiamo iniziare a rinunciare a inseguire un sogno, a lasciar perdere un’aspirazione, a mettere da parte un desiderio? C’è un età precisa in cui dobbiamo smettere di agire e cominciare a vivere di ricordi?

E se, raggiunta quella determinata età, qualcuno non avesse fatto tutte quelle esperienze che avrebbe dovuto? Se qualcuno fosse stato impossibilitato, per un motivo o per un altro, a godere di tutti quei benefici che si attribuiscono alla giovinezza? E  se per qualcuno quel tempo concesso non fosse stato abbastanza lungo per ottenere tutto quello che si era prefissato di raggiungere? Dovrebbe accontentarsi di ciò che ha avuto?

E se per qualcuno l’orologio girasse al contrario? Dovrebbe rinunciare a tutto?

Per Benjamin Button il giusto tempo di fare le cose non arriverà mai, potrebbe aspettarlo in eterno senza mai raggiungerlo, e, nell’attesa, perderebbe la possibilità di fare tutto ciò che la vita ti concede…Benjamin non aspettta, si fa guidare dall’istinto, agisce e, contro ogni ordine prestabilito, fa le sue esperienze, raggiunge i suoi traguardi e ripaga le aspettative di tutti; Benjamin vince sul tempo, finisce con il dettarne le regole e si guadagna la possibilità di “essere protagonista” della propria vita; se invece avesse seguito le regole del “buon senso” comune e avesse dato tempo al tempo, questo ruolo non gli sarebbe mai spettato di diritto: sarebbe sempre e solo stato una comparsa nelle vite degli altri e niente più di un’ombra nella sua.

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“ L’idea di vestire il figlio con indumenti da adulto lo ripugnava. Se, poniamo, fosse riuscito a trovare un abito da ragazzo in una taglia molto grande, avrebbe potuto tagliare quell’orrenda barbetta ondeggiante, tingere di nero i capelli canuti, e riuscire in tal modo a nascondere il peggio, conservando un’ombra di rispetto per se stesso…per non parlare della sua posizione nella buona società di Baltimora.”

 “ La bambinaia, che  Button avevano assunto in anticipo, abbandonò la famiglia dopo una sola occhiata, in preda alla più viva indignazione. Ma il signor Button insistette nel suo irremovibile proposito. Benjamin era un bimbo e tale doveva restare. In un primo momento ebbe a dichiarare che, se Benjamin non amava il latte tiepido, poteva ben restare completamente digiuno….Un giorno portò a casa un sonaglio e , facendone dono a Benjamin, insistette, in termini inequivocabili, che doveva giocarci; il vecchio lo prese con espressione di infinita stanchezza e incominciò a sbatterlo obbedientemente, a intervalli regolari, per tutto il giorno.”

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“Ma un bel giorno, qualche settimana dopo il dodicesimo compleanno, mentre si guardava allo specchio, Benjamin fece, o credette di fare, una scoperta sbalorditiva. Erano i suoi occhi a ingannarlo o veramente i suoi capelli si erano tramutati, nella dozzina di anni della sua vita, dal bianco canuto a una sfumatura di grigio ferro, sotto la tintura che li nascondeva? Forse l’intrico di rughe sulla sua faccia stava diventando meno pronunciato? E la sua pelle non era, per caso, più liscia e compatta, con addirittura una sfumatura di rosso colorito invernale? Non avrebbe potuto dirlo. Era un fatto che non camminava più curvo e che fin dai primi giorni della sua vita le sue condizioni fisiche erano andate migliorando”.

 “ Lei ha giusto l’età romantica” continuò lei “ cinquant’anni. A venticinque anni si è troppo appassionati di cose mondane; i trenta rivelano il pallore derivante dall’eccesso di lavoro; a quaranta l’uomo ha l’età in cui si prediligono i racconti di storie interminabili, che richiedono tutto un sigaro per finire la descrizione; la sessantina….Oh i sessanta sono già troppo vicini ai settanta; ma i cinquanta rappresentano la giusta maturità.”

 “…Benjamin scoprì di essere sempre più attratto dai piaceri della vita. Grazie alla sua crescente smania di divertirsi, egli fu il primo cittadino di Baltimora a possedere e pilotare un’automobile. Quando lo incontravano per la via, i suoi coetanei lo guardavano con invidi, perché Benjamin era l’immagine della salute e della vitalità. “Ha l’aria di ringiovanire ogni giorno di più “ osservavano.”

“Avrei creduto che tu avessi abbastanza amor proprio per mettervi fine”. “Ma come potrei farlo?” domandò. “Non ho nessuna intenzione di mettermi a discutere con te”. Ribattè Hildegarde. “ Ma c’è un modo giusto di fare le cose e un altro che non le è. Se tu hai deciso di essere diverso da tutti gli altri, non vedo come potrei impedirtelo, ma, certo, non mi sembra una decisione troppo riguardosa”. “ Ma, Hildegarde, non posso farci nulla!” “Si che puoi, invece. Il fatto è che sei testardo. Sei convinto di non voler assomigliare a nessun altro. Sei sempre stato così e lo sarai sempre. Ma pensa, solo per un istante, a come sarebbe il mondo, se tutti vedessero le cose come te…che fine farebbe il nostro pianeta?”

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“Nessun ricordo penoso turbava il suo sonno infantile; la sua mente non serbava traccia alcuna delle glorie universitarie o degli anni favolosi in cui aveva spezzato il cuore di tante fanciulle. C’erano soltanto le bianche pareti protettive del suo lettino e Nana, e un uomo che veniva a trovarlo ogni tanto, e un’immensa sfera arancione, che Nana gli indicava al crepuscolo, proprio un istante prima che si addormentasse, e che lei chiamava “il sole”.

 “Il passato…. La dura carica alla testa dei suoi uomini su per il fianco del colle San Juan; i primi anni del suo matrimonio, quando restava al lavoro fino a tardi nel crepuscolo estivo della città febbrile per la giovane Hildegarde, che egli amava…tutte queste cose erano svanite come sogni inconsistenti dalla sua mente, quasi che non fossero mai state.”

“ Poi, fu tutto buio intorno, e il suo bianco lettino, i volti indistinti, che si agitavano sopra di lui, e il tiepido dolce aroma del latte, ogni cosa si dissolse dalla sua mente.”

Il Dottor Jekyll e Mr Hyde

R L Stevenson

“ Giorno dopo giorno e usando entrambe le parti della mia intelligenza, quella morale e quella intellettuale, andai avvicinandomi a quella verità la cui scoperta parziale mi ha condannato ad un tale, disastroso naufragio, all’idea che l’uomo non è uno, bensì due.”

Cos’è che determina chi siamo? Sono le azioni che compiamo , le scelte che facciamo, le possibilità che non cogliamo, i desideri che cerchiamo di reprimere, i sogni che inseguiamo anche se corrono molto più veloce e hanno un netto vantaggio su di noi?

Oppure è il modo in cui riusciamo a prevedere, evitare o limitare le conseguenze che cattive azioni, scelte sbagliate, possibilità mancate, desideri non assecondati e sogni infranti, portano inevitabilmente dietro di sé?

Il Bene e il Male coesistono in ogni cosa e in egual misura:tutto ha una duplice natura, tutto è una perfetta combinazione di bene e male; ed è solo è quando viene a mancare questo rapporto di equilibrio, che si può veramente capire dove finisce l’uno e inizia l’altro.

Jekyll si disfà di questa convivenza forzata, annienta l’equilibrio, scinde il bene dal male e, inevitabilmente scatena la parte più forte,il Male,che, libero dalle catene che prima lo costringevano a limitarsi, si sprigiona senza freni e inibizioni e confluisce in un’ unica forma: Hyde.

Ma il Male non si accontenta mai solo e soltanto di esprimere se stesso, il Male ha il naturale istinto di sopraffare tutto ciò che non è una sua diretta rappresentazione e distruggerlo; Hyde cerca di annientare quel poco che è rimasto della volontà di Jekyll e, in parte ci riesce: le certezze di Jekyll traballano e Jekyll cede molte volte al fascino della vendetta. Ma Jekyll, che è il bene, non appena intravede una piccola speranza, una possibilità di trionfare sul suo alterego,che è il male, la coglie, con la consapevolezza che ciò comporterà anche la sua fine.

Jekyll riesce a limitare le conseguenze della sua scelta iniziale anche se ciò non cancella le azioni terribili che ha compiuto; quindi, con la sua morte, in un certo senso riesce a ricongiungere il cerchio e ristabilisce l’equilibrio.

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“Hyde era pallido,e aveva la conformazione e la statura di un nano. Senza che nessuna malformazione in particolare gli deformasse il corpo, dava l’impressione d’essere un uomo deforme, aveva un sorriso sgradevole e nei confronti dell’avvocato aveva assunto un’aria depravata a metà strada tra il timido e il prepotente…Nondimeno, la presenza di siffatti difetti non spiegava la ripugnanza, la paura e il disgusto di cui fino ad allora Utterson non sapeva, ma che provava nei suoi confronti “ Deve esserci dell’altro” si disse perplesso il gentiluomo. “ C’è di certo qualcosa di diverso. Se solo mi riuscisse dargli un nome. Dio mi aiuti, perché quell’ essere a malapena pare umano”. 

“ ..non era mai stato fotografato e le pochissime persone i grado di descriverlo ne offrivano descrizioni molto diverse, come spesso accade agli osservatori improvvisati. C’era solo un punto su cui tutti quanti erano concordi, ed era sul senso ossessionante di una deformità incerta, inspiegabile, che l’uomo fuggendo lasciava dietro di sé, nello sguardo di chi lo vedeva.”

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“Utterson, lo giuro davanti a Dio”, urlò il medico, “ davanti a Dio che non lo vedrò mai più. Ti do la mia parola d’onore che qui, in questo mondo, tra me e lui è tutto finito. Finito. D’altra parte lui non ha bisogno del mio aiuto; tu non lo conosci come lo conosco io; lui è al sicuro, completamente al sicuro. Credimi, nessuno ne sentirà più parlare.”

 

“ Devi lasciare che io prosegua per il mio buio cammino, perché ho permesso che ricadessero su di me un castigo e un pericolo di cui non posso persino parlare. Se è vero che sono il più perverso dei peccatori, è altrettanto vero che sono colui che più di chiunque altro paga con la sofferenza per quanto ha fatto.”

“… il mio più grande difetto era una certa inclinazione a una vivacità impaziente, che sarebbe stata la felicità di molti, ma era talmente pronunciata in me da rendermi difficile conciliarla con il forte desiderio che provavo di tenere alta la fronte ed esibire in pubblico un contegno di eccezionale gravità. Fu così quindi che presi a nascondere i miei piaceri e fu così che, quando giunsero gli anni della riflessione, comincia a guardarmi intorno, a valutare i miei progressi e la mia posizione nel mondo, per scoprirmi ormai votato ad un’ esistenza profondamente duplice.”

“E fu fin da quei lontani inizi… che io imparai ad abbandonarmi con piacere, come in un sogno dolcissimo, al pensiero della separazione di questi due elementi. Così mi dissi, se ognuno dei due elementi potesse essere ospitato in identità diverse e disgiunte, alla vita verrebbero meno i suoi pesi peggiori; l’ingiusto se ne andrebbe per la sua strada, sollevato dalle aspirazione e dai rimorsi del suo più onesto gemello, mentre il giusto potrebbe procedere dritto e senza pericolo lungo il suo retto cammino, messo nella condizione di compiere quelle buone azioni che a lui danno piacere e senza più sentirsi esposto alla vergogna e al rimorso causatogli da un male a lui estraneo.”

 

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“Come il bene traspariva sui lineamenti dell’uno, il male si inscriveva a grandi e chiare lettere sul volto dell’altro. Ancora, il male aveva lasciato, su quel corpo, un’impronta di deformità e decadenza. Nondimeno, quando in quello specchio guardavo quell’idolo orribile, non provavo un senso di ripugnanza, piuttosto uno slancio di accettazione. Quell’uomo ero sempre io.”

 “Scegliere Jekyll avrebbe voluto dire rinunciare a quegli a quegli appetiti cui un tempo indulgevo in segreto e che di recente avevo preso ad assecondare. Scegliere Hyde sarebbe stata una rinuncia a una miriade di interessi e aspirazioni per diventare d’un tratto e per sempre oggetto di disprezzo e ostilità generale.”

  “ …Questa è la mia ultima ora, quella vera, della morte, e ciò che verrà dopo riguarda un altro. Qui dunque, a questo punto, nel momento in cui poso la penna e sigillo la mia confessione, terminò la vita dell’infelice Henry Jekyll.”

Frankenstein

 

Immagine“…Dopo giorni e notti di lavoro e fatica inimmaginabili, riuscii a scoprire la causa della generazione e della vita¸no, di più, io stesso diventai capace di dare vita alla materia inanimata.”

 Frankenstein, scritto Mary Shelley nel lontano 1818, è in realtà uno dei libri più attuali che mi siano passati per le mani e affronta un’ infinita gamma di argomenti diversi. Di solito viene data molta importanza a quello che riguarda la “creazione del mostro”, a come Frankenstein cerchi in ogni modo di infondere la vita alla materia inanimata e giochi a fare Dio, ponendosi si qualche interrogativo di tipo morale, ma lasciandosi infine travolgere dal desiderio di dar vita ad una razza ( che lui vorrebbe perfetta) che lo idolatri come suo creatore; ma, se mi dovessero chiedere di cosa parla questo libro, sicuramente risponderei che parla del “Desiderio di normalità”.

Solitamente i protagonisti dei romanzi, delle opere teatrali, dei poemi, non si trovano mai a proprio agio nella realtà in cui sono inseriti, cercano sempre di evadere in qualche modo da quella che è la società, perché non ne condividono i valori e le regole… In Frankenstein questo desiderio di evasione non c’è, la Creatura è un “diverso”, è già di per se un “outsider”, e,  come tale è rifiutato da tutti, non appartiene a nessun gruppo esistente e questo lo porta a odiare la sua condizione e desiderare ciò che viene considerato “normale”.

La Creatura di Frankenstein porta all’esasperazione un desiderio che in realtà è in ognuno di noi; tutti, in una certa forma e misura cercano l’approvazione degli altri, tutti si sentono appagati se soddisfano le aspettative che gli altri hanno su di lui, tutti vogliono si essere speciali e unici, ma allo stesso tempo cercano di appartenere a qualcosa, vogliono rispecchiarsi in qualcosa, vogliono la semplice, stabile tranquillità di una vita “normale”; tutti vogliono quello che vuole il Mostro, anche se solo pochi hanno il coraggio di ammetterlo.

 

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 “ La vita e la morte mi sembravano dei confini ideali, dove io, per primo, dovevo aprire un varco perché un torrente di luce si riversasse sul nostro buio mondo. Una nuova specie mi avrebbe benedetto come suo creatore e sorgente di vita, molte ed eccellenti creature mi sarebbero state debitrici della loro esistenza. Nessun padre avrebbe potuto aspettarsi dal proprio figlio una gratitudine così totale come quella che io avrei meditato da loro.”

“ Fu in una tetra notte di novembre che vidi il compimento delle mie fatiche. Con un’ ansia sconfinante nell’angoscia, raccolsi attorno a me gli strumenti della vita, per infondere una scintilla di vita nella cosa inanimata che giaceva ai miei piedi. Era già l’una del mattino; la pioggia tamburellava con un suono cupo sui vetri e la mia candela era quasi consumata, quando, in quella luce tremula e agonizzante, vidi aprirsi gli occhi smorti e gialli della creatura: respirò a fatica, e un moto convulso le agitò le membra.”

“..Maledetto sia il giorno, aborrito demonio, in cui per la prima volta vedesti la luce! Maledette le mani ( anche se così maledico me stesso) che ti hanno formato! Tu mi hai precipitato in un’ infelicità così spaventosa che non ci sono parole per descriverla. Non mi hai lasciato nessuna possibilità di giudicare se sono giusto verso di te o no. Sparisci! Liberami dalla vista della tua odiata forma. -Così te ne libero, mio creatore,- disse, e mi mise sugli occhi quelle sue mani odiose, che scacciai con violenza. – Così ti tolgo una vista  che aborrisci. Ma puoi sempre ascoltarmi e concedermi la tua compassione. Per le virtù che possedevo un tempo, questo io ti chiedo. Ascolta la mia storia.”

 

Immagine“ Come Adamo, io non ero unito apparentemente da alcun legame a nessun altro essere esistente; ma sotto ogni altro aspetto il suo stato era completamente diverso dal mio. Egli era uscito dalle mani di Dio come una creatura perfetta, felice e fiorente, protetta dalla speciale attenzione del suo creatore; a lui era concesso di frequentare esseri di natura superiore e da loro attingere conoscenza, mentre io ero disgraziato, derelitto e solo. Molte volte ho considerato Satana l’emblema più appropriato della mia condizione; perché spesso, come lui, quando osservavo la beatitudine dei miei protettori, montava dentro di me l’amaro fiele dell’invidia.”

“ Io non potrò mai trovare comprensione. La prima volta che la cercai, erano l’amore e la virtù, i sentimenti di felicità e d’affetto di cui traboccava tutto il mio essere, che desideravo dividere con qualcuno. Ma ora che la virtù per me è diventata un’ombra, e che la felicità e l’affetto si sono trasformati in un amaro, nauseante sconforto, come potrei chiedere comprensione e partecipazione ?”

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“ Ma è vero che sono un disgraziato. Ho ucciso creature incantevoli e indifese; ho strangolato innocenti nel sonno, stringendo in una morsa letale la gola di chi non aveva mai fatto del male né a me né a nessun altro essere vivente. Ho votato all’infelicità del mio creatore….l’ho perseguitato fino alla rovina da cui non c’è ritorno. Ed eccolo che qui giace, bianco e freddo nella morte.”

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“ Ma presto, io morirò, e ciò che sento ora non si farà più sentire. Presto queste pene brucianti saranno spente. Salirò trionfalmente sul mio rogo funebre ed esulterò nell’agonia delle fiamme torturatrici. La luce di quella conflagrazione svanirà; il vento spargerà le mie ceneri sul mare. Il mio spirito riposerà in pace.”