Storia di una fabbricante di chiavi

Un giorno mi sono svegliata e tutto era diverso.

Improvvisamente riuscivo a trovare la forza di alzarmi dal letto e stranamente nasceva in me anche una sensazione particolare, mai provata prima, era come se fossi felice di iniziare un nuovo giorno. Prima di quel momento era tutto un rincorrere il tempo o incitarlo a sbrigarsi, ogni giorno sempre uguale, una continua attesa della sera per poi stupirsi che anche quella giornata era ormai al termine e non mi aveva lasciato nulla che valesse la pena ricordare o rivivere.

Ma quel giorno era diverso: c’era più luce e mi sembrava anche di sentire una strana musica che accompagnava ogni mio movimento, era come essersi ritrovata nel film della propria vita e accorgersi di essere la protagonista…dopo così tanto tempo in cui ero stata spettatrice, regista, suggeritrice e comparsa, adesso ero una parte attiva nella storia; rimaneva soltanto da capire che tipo di storia fosse…

Iniziò come una storia romantica, poi passammo al dramma per poi cadere nel comico e infine sprofondare nella tragedia , con qua e là qualche accenno al thriller.

L’elemento principale di questa storia sono le chiavi: chiavi che aprono porte già aperte, chiavi che chiudono porte murate dall’interno, chiavi che ancora non sappiamo cosa debbano aprire, chiavi che non apriranno mai niente, chiavi universali che aprono qualsiasi tipo di serratura, chiavi che qualcuno tiene segrete perchè aprono armadi pieni di scheletri, chiavi fin troppo facili da trovare seppur padrone di scrigni pieni di tesori, chiavi gettate in mare perchè nessuno deve sapere cosa c’è dentro al cuore di chi non  riesce mai a piangere…

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La prima chiave che trovai fu quella che custodiva il forziere della mia paura più grande: quella di essere rifiutata…non fu così difficile trovarla: era semplicemente nella mia tasca destra, sapevo che era lì, ce l’avevo messa io ma era stato tanto tempo fa, per cui non ricordavo di averlo fatto. Quando mi accorsi che era sempre stata là, decisi di prenderla, per qualche giorno rimasi a fissarla, indecisa sul da farsi ma poi alla fine scelsi di usarla, perchè quella paura mi aveva sempre bloccata, mi aveva impedito di andare avanti tante di quelle volte che la strada dell’ignoto iniziava ad apparirmi migliore di quella su cui camminavo da anni e non mi aveva portato a niente. Fu la scelta giusta.

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La seconda chiave che tenni tra le mani fu quella che mi venne regalata: era la chiave più strana che avessi mai visto, ogni istante cambiava forma e colore, a volte spariva per poi ricomparire più grande e luminescente, altre volte invece era minuscola che neanche riuscivo a tenerla tra le dita, era la chiave della scatola delle possibilità. Per la prima volta nella vita mi era stata regalata una possibilità, era come un biglietto omaggio per il tuo film preferito, era come una cena pagata nel miglior ristorante al mondo, era come un regalo che cambia ogni giorno a seconda dei tuoi desideri, era così bella che iniziai a odiarla molto presto, non appena mi resi conto di quanto fosse un’arma a doppio taglio. 

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La terza chiave la regalai io a qualcuno: era una chiave piccola, di ferro, anche un pò arrugginita, la regalai perchè sentivo che era la cosa giusta da fare, perchè sentivo che pesava troppo attaccata al mio collo e mi premeva sul petto, tanto che non riuscivo quasi più a respirare. Per questo motivo decisi di regalarla ad una persona, alla persona che mi aveva dato la chiave della possibilità e per cui io avevo aperto il forziere della mia paura. Prima di capire cosa aprisse quella chiave ci mise un pò ma con il tempo capì e ne fu sorpreso e anche spaventato, nonostante questo decise di accettarla, così da quel giorno il cassetto del mio cuore si svuotò e fu suo. Fu una scelta affrettata.

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La quarta chiave fu quella che mi costò di più perchè doveva essere uno scambio equo e invece fu a mio completo svantaggio: era la chiave che apriva il portagioie in cui custodivo la mia sincerità; dovevo capirlo che stavo facendo affari con un mercante di bugie, ma io vedevo solo un candido angelo con al collo la chiave del cassetto del mio cuore e mi fidai, così donai la chiave della sincerità e inconsapevolmente anche quella della fiducia ( che forse riuscì a sfilarmi non appena mi voltai). Lui in cambio mi dette una chiave d’oro, piena di pietre preziose che prometteva bene, che suscitava ammirazione e sussulti di stupore ma che scoprii ben presto essere solo paccottiglia. Solo con il tempo le cose si rivelano per ciò che sono e la sua chiave della sincerità mostrò ben presto il suo vero valore. Fu l’affare peggiore della mia vita.

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La quinta o sesta chiave ancora una volta mi ritrovai a regalarla io e anche di questa mi risultò molto difficile privarmi: era quella dell’immenso armadio del mio orgoglio. Rinunciare al proprio orgoglio è un pò come abbattere un muro che hai costruito nel tempo, ogni mattone è una delusione, ogni mattone è un :”d’ora in poi penserò a me stessa prima di ogni altra cosa”…quando buttai giù quel muro all’apparenza così saldo e forte, mi accorsi di quanto in realtà fosse estremamente fragile: andò giù come se avessi tirato una martellata ad un panetto di burro, e continuava a sciogliersi anche una volta distrutto, come a volermi dire: “hai visto cosa avevi costruito? era solo una barriera di biscotti e marzapane che alla prima pioggia sarebbe crollata!”. Fu una scelta azzardata ma non me ne pento.

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Poi il mercante di bugie arrivò da me, un giorno qualunque, con un bel pacchetto regalo, con un fiocco rosso, di quelli che vedi solo nei negozi i giorni prima di Natale, così belli, così troppo belli per essere veri. Eppure era lì, di fronte a me e me lo stava porgendo, voleva davvero donarmi qualcosa e senza che io avessi chiesto niente. Aprii il pacchetto con un certo dispiacere per la bella confezione, e dentro c’era un cuore di vetro, così fragile, così vero, così troppo sincero per appartenere al mercante di bugie…eppure io sentivo che era reale, era la cosa più bella che avessi mai visto e la sua fragilità era anche la sua bellezza. Decisi che lo avrei tenuto come se fosse il mio, lo misi su un piedistallo accanto al mio letto, così che potessi vederlo sempre, che potessi prendermene cura, ogni giorno lo lucidavo e mi assicuravo che fosse saldo, non mi sarei mai perdonata se fosse accidentalmente caduto. Fu il regalo più bello che io abbia mai ricevuto.

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Le chiavi che seguirono furono chiavi che decisi di forgiare sul momento: la chiave della delusione, la chiave della disperazione, quella della rabbia, quella della rassegnazione, quella della solitudine e in più le chiavi che avevo donato si stavano distruggendo: la chiave della fiducia si era spezzata in due, la chiave del cassetto del mio cuore non entrava più nel lucchetto e il cuore che conteneva era a terra, calpestato più e più volte, e ormai morente supplicava che lo riprendessi con me, ma ogni volta che  provavo a portarlo via, era come se non ci riuscissi…e anche lui non riusciva ad abbandonare il suo aguzzino, che un tempo aveva così tanto amato.

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Infine, l’ultima chiave che mi fu regalata fu la chiave di una promessa: una chiave a forma di bolla di sapone, così facile da rompere ma nonostante questo la accettai subito, convinta che sarebbe durata, che il vento non l’avrebbe fatta scoppiare in un “Puff”. 

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La cosa strana è come le chiavi a volte riescano a incastrarsi nelle serrature e non uscirne più…questo è quello che successe a una delle mie chiavi, che decise di rimanere incastrata nella serratura della cassaforte della mia speranza. E’ rimasta lì e per quanto mi sforzassi a tirarla fuori non ci sono mai riuscita, la speranza rimaneva sempre al suo posto e la chiave mi impediva di farla uscire e gettarla via da qualche parte, dove nessuno, compresa me, sarebbe mai riuscito a ritrovarla. Rimase lì molto a lungo, finchè un giorno bastarono poche parole, una sola frase e la chiave cadde da sola. Fu un suono secco, un “Dlin” che riempì la stanza e quando mi avvicinai vidi che la speranza non c’era più, aveva deciso di andarsene da sola…e improvvisamente sentii un vuoto che mi pervadeva, non c’era più niente attorno a me, erano sparite tutte le chiavi e con esse tutto ciò che avevano celato e custodito con tanta fermezza.

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Solo qualche istante dopo capii che quello non era il vuoto, era l’ultima chiave…quella più importante di tutte: la chiave della consapevolezza; la consapevolezza che non possiamo pretendere di essere amati nello stesso modo in cui noi amiamo, che non possiamo costringere le persone a cui decidiamo di regalare le nostre chiavi a metterci al centro della loro vita anche se noi abbiamo fatto di loro il centro del nostro universo. Mercanti di bugie e fabbricanti di chiavi..la verità è che siamo tutti venditori di sogni e il nostro migliore acquirente di solito siamo noi stessi, autoconvinti di essere indispensabili, illusi di essere importanti.

 

Di come il figlio dell’Amore divenne Odio

Buio, Oscurità, nero manto della notte, avvolgente come l’abbraccio dell’Amore.

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E’ l’Amore che lo ha generato ed ora il figlio ingrato si oppone con la forza al padre perché Amore lo ostacola, ferma il suo volo verso l’ignoto, lo riporta a terra, su questa terra arida di speranza, dove i sogni non prendono vita.

E’ Odio, figlio di Amore, ribelle ragazzo che non vuole crescere e accettare la realtà privata dell’illusione.

E’ Odio, figlio di Amore, che spande il suo grido di dolore su tutti i mari e le coste.

E’ Odio, figlio di Amore, che ripudia il padre per rifugiarsi nel suo mondo, dove tutto è ancora possibile; Odio non pensa, è guidato solo dall’istinto, e ingenuo, si dirige là dove pensa non nascano i fiori, là dove crede vi sia sempre l’inverno.

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Ma poi si ritrova a piangere su uno scoglio, privo di tutte quelle difese che non ha fatto in tempo a costruire e si accorge di essere piccolo… Si accorge che non ci sono isole nascoste agli adulti dove i bambini, come lui, possono vivere, dimenticati dal tempo e dalla morte.

Si accorge che la sofferenza vive dentro di lui da molto tempo e non è riuscito ad evitare il dolore semplicemente pensando che non esistesse.

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 Si accorge di essere ricoperto di ferite, che sanguinano ma che vede per la prima volta.

E lui, Odio, che aveva giurato che dai suoi occhi non sarebbero mai uscite lacrime, ora piangeva, piangeva per tutte quelle volte che non lo aveva fatto, piangeva per quelle ferite, di cui si era accorto troppo tardi ed ora, incurabili, lo conducevano verso la fine.

E proprio durante l’incessante corsa verso il traguardo finale, ricordò il momento della sua nascita, quando venne chiamato a popolare questo mondo, ricordò suo padre, Amore: l’istante in cui lo vide per la prima volta fu anche il momento esatto in cui nacque l’ invidia, seguita dalla paura di non riuscire ad eguagliare la sua fama e la paura di deludere le aspettative che accompagnavano il suo arrivo.

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Da quel momento fu Odio e rise del male e provò indifferenza nei confronti del bene.

Ma non agiva: furono gli uomini ad invocare la sua presenza e a trasformarlo in strumento per i loro subdoli fini; gli uomini lo hanno reso  assassino e dopo aver ucciso la sua infanzia, averlo sfruttato, lo hanno gettato via lungo una strada, che ora lui considera la sua casa.

Odio è ancora su quella strada, non l’ha mai abbandonata, e ora muore sul suo asfalto freddo, ma sempre più caldo dei cuori di tutti quelli che ha conosciuto, incontrato, intravisto e sfiorato.

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Così muore Odio, figlio di Amore, amico dell’uomo, bambino che nessuno ha mai consolato, ragazzo sfruttato dalla giovinezza, eterno eroe incompreso del suo tempo.

 

Il lupo sarà sempre cattivo se ascoltiamo solo Cappuccetto Rosso

cappuccetto_rosso_by_palarran-d6bec1hCosa provi quando sei solo?
Cosa senti quando respiri in una stanza vuota?
Cosa vedi quando stai di fronte ad uno specchio?
L’eco dei miei passi si staglia feroce nel silenzio di una casa deserta mentre il fragore delle voci nella mia testa mi porta sul baratro della disperazione e sono sospesa in quel momento in cui non sai se cadrai o se rimarrai per sempre in bilico tra una vita di solitudine e un mondo pieno di persone false.

Io aspetto di cadere da così tanto tempo che non ricordo neanche il momento esatto in cui ho cominciato a perdere l’equilibrio.

Stare in bilico richiede uno sforzo talmente alto che quando cadrò spero che duri per l’eternità necessaria a riposarmi.

La cosa strana, la cosa davvero strana è che a volte ti puoi trovare già sul fondo del baratro senza neanche aver saltato, senza sapere perchè ci sei…e poi capisci che qualcuno ti ci ha gettata dentro, ed è in questo momento che inizi a farti domande: chi è stato? perchè l’ha fatto? voleva davvero farlo o è stato un errore?

La verità è che sbagliamo fin dall’inizio, sbagliamo a credere che ciò che succederà nella nostra esistenza dipenda solo ed esclusivamente dalle nostre decisioni, dalle scelte che facciamo, ma in realtà dipende in gran parte da ciò che gli altri decidono di farci. Il nostro unico e grave errore è quello di scegliere di circondarci di altre persone, è quello di volere a tutti i costi includere nelle nostre vite altri individui, che fondamentalmente non avranno mai la stessa percezione che noi abbiamo di noi stessi e non avranno mai per noi la stessa considerazione che noi abbiamo per loro e in questo rapporto così impari il differenziale che si viene a generare risulta sempre essere a nostro svantaggio.

Possiamo scegliere di chi circondarci, possiamo stare attenti a non fare passi falsi, possiamo dare più di ciò che riceviamo nell’assurda convinzione che tutti questi gesti verranno notati e apprezzati, che un giorno la nostra dedizione sarà ricompensata, ma alla fine di tutta questa messa in scena ci rimane solo una grossa delusione che, seppur ben confezionata, fa discretamente male.

La verità è che non ci dovremmo mai aspettare nulla da nessuno, a parte qualche pugnalata, rigorosamente alle spalle, nel corso del tempo. Eppure rimaniamo attaccati alla convinzione che non tutti sono uguali e a quello stupido detto: “Non fare di tutta l’erba un fascio”. 

Rincorriamo l’utopia che a questo mondo dovrà pur esistere una persona che non ci deluderà, che ci aiuterà in modo disinteressato quando ne avremo bisogno, che non ci mentirà ad ogni buona occasione, che non nasconderà tutti i problemi sotto un tappeto sperando che nessuno lo alzi mai, che non sarà sempre pronta a metterci in cattiva luce solo per uscirne pulita…come se ci fosse ancora qualcuno che crede nei santi.

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Storia di una bambina triste

“La storia inizia più o meno come tutte le altre storie già raccontate e quasi scuramente non aggiugerà nulla ai racconti dell’infanzia di ogni bambino, non vi darà niente in più di quello che già avevate, non avrà una morale nascosta, non vi susciterà nessuna emozione, ma la scriverò comunque perchè per quanto sia comune, banale, priva di senso e incompiuta, è pur sempre la mia storia.”

pezzaQuesta è la storia di una bambina triste che aveva deciso di non di parlare, di non comunicare in ogni altro modo,rimanendo il più possibile estranea alla realtà in cui si trovava immersa.
Era nata sì ma da allora nulla.
Non c’era stato alcun cambiamento in lei e nessun segno significativo di crescita, era rimasta tale e quale al momento della nascita.
Sembrava una bambola di porcellana.
Involucro senz’anima di una vita che non sembrava volere.
Perchè non cresceva? Non ne aveva voglia, non c’era nulla che la spingesse a farlo, non ne capiva il senso: vedeva tutte quelle persone che si affaticavano a cercare sempre qualcosa, ne avevano tante di cose attorno ma ce n’era sempre una che cercavano con più ardore e sembrava sfuggirgli.
Era una buona osservatrice: dalla sua culla muoveva i suoi occhietti vispi verso le ombre, aveva imparato a riconoscerle tutte. C’era quella che sulla testa portava una specie di cilindro con delle spille: era quella che molto spesso la sollevava e non sembrava per niente condividere la sua decisione di non crescere, ma la cosa che la disturbava di più era il fatto che non parlasse ancora, perchè come diceva: “Tutti i bambini di quell’età parlano già fluentemente e camminano persino, senza alcun sussidio”.
Poi c’era l’ombra buona, si riconosceva perchè era la più alta di tutte, era l’unica ombra che non le rivolgeva mai rimproveri, aveva sempre una parola gentile e sembrava non dare alcun peso alla sua statura, alla sua poca loquacità o alla sua mancanza di movimenti tipici dei bambini di quell’età.1womanwithcandleontableshadow
Infine c’era l’ombra che non veniva quasi mai a trovarla, rimaneva sempre sulla soglia della porta, la osservava per un pò e poi se ne andava.

Questa è la storia di una bambina delusa che aveva deciso di non muoversi perchè aveva paura di cadere.
Era nata sì, ma appena fuori dal limbo dei bambini aprì gli occhi per la prima volta e la prima cosa che vide fu un mazzo di rose su un comodino: erano così…così…gli sembrava di sentire di nuovo il calore che aveva provato fino a un attimo prima, e poi c’era un alone attorno a quei fiori, quasi un’aura di gentilezza e tenerezza che le aveva fatto percepire una sensazione di appartenenza.
Ogni giorno, quando era sveglia, guardava quel mazzo di fiori, finchè un giorno arrivò un ombra strana, mai vista prima e si inglobò per un istante con l’ombra delle rose, solo che quando si staccò di nuovo, l’ombra delle rose non era più al suo posto, era sparita; solo dopo farneticamenti vari e un pò di sussulti , capì che l’ombra dei fiori era più in basso.
L’ombra sconosciuta prese il mazzo e lo gettò via, infilandolo in un secchio.
Le cose che cadono non sono più degne di esistere. Le cose che cadono si buttano nei secchi e poi spariscono.

Questa è la storia di una bambina disillusa che aveva deciso che non avrebbe mai parlato perchè aveva paura di non aver niente da dire.
Era nata sì, ma ancora prima di farlo, aveva ascoltato molto le voci che venivano da fuori. le voci parlavano e facevano discorsi complessi e articolati: una voce iniziava e l’altra subito dopo interveniva; a volte erano anche più di due, ognuna con un tono diverso.
Quelle che le piacevano di più erano le voci che intonavano, quelle che si esprimevano attraverso la musica, amava ascoltare quelle voci, anche se a volte si interrompevano bruscamente.
Non vedeva l’ora di poter parlare ma soprattutto di poter intonare, finchè un giorno la voce dura, quella con il tono basso, disse all’altra, quella soave e squillante, che se non aveva nulla da dire avrebbe fatto bene a star zitta.
E da quel momento l’aspirante bambina iniziò a pensare a cosa avrebbe detto una volta che fosse andata nel mondo del fuori e si accorse che non lo sapeva, non aveva la minima idea di quali sarebbero state le sue prime parole o quale il suo primo discorso lungo.
Le persone che non hanno niente da dire fanno bene a star zitte.

Questa è la storia di una bambina che aveva deciso che non sarebbe mai cresciuta perchè aveva paura di non essere accettata.
Era nata sì e dopo poco tempo era stata subito avvolta da qualcosa: era qualcosa che non le piaceva, non era naturale e le dava una sensazione di fastidio ogni volta che tentava di divincolarsi.
Le ombre parlanti sembravano sembravano sempre preoccuparsi che lei fosse ben coperta e avvolta nella cosa ignota, finchè un giorno l’ombra dalla voce squillante disse che la cosa ignota non era più in grado di avvolgerla come doveva, come era raccomandabile, così il giorno dopo arrivò un’ altra cosa sconosciuta, leggermente più confortevole di quella precedente.
Successivamente seppe che anche le ombre parlanti si avvolgevano con quelle cose che lei non sopportava, l’ombra dalla voce squillante si lamentava sempre del fatto che non ce ne fosse mai una che la avvolgesse al meglio, e ogni volta esprimeva la speranza che la sua bambina non diventasse come lei. Si rivolgeva all’ombra buona e si raccomandava: la bambina non avrebbe dovuto mai cibarsi fuori dagli orari consentiti, sennò neanche per lei ci sarebbero state cose in grado di coprirla perfettamente, nel modo in cui è raccomandato dalla cosa chiamata società.
A quanto pare questa società dettava delle regole molto serie e rigide a cui tutte le ombre parlanti sembravano essere completamente devote, tanto che se non riuscivano a rispettarle si punivano, si rimproveravano e a volte addirittura piangevano e si disperavano. Come l’ombra dalla voce squillante che di notte singhiozzava nel buio della sua camera perchè non riusciva a entrare nelle cose ignote nel modo appropriato, nel modo consentito dalla cosa chiamata società.
La bambina, ancor più triste e sconsolata, decise che non sarebbe mai cresciuta, così la cosa ignota che la avvolgeva in quel momento le sarebbe rimasta per sempre addosso senza alcun problema e la società non avrebbe mai potuto dir nulla al riguardo: sarebbe rimasta fedele alle regole e per lei non sarebbe mai esistita la sofferenza di un fallimento.
E’ bene che si rimanga sempre fedeli alle regole della società perchè se si sbaglia, uscire fuori dalle regole causa sofferenza.

Il curioso caso di Benjamin Button

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“ E allora” ansimò il signor Button “qual è il mio?”

“Quello là!” disse l’infermiera.

Gli occhi di Button seguirono il dito puntato della ragazza, ed ecco ciò che videro. Avvolto in una coperta bianca molto voluminosa, un vecchietto di circa settant’anni sedeva in una delle culle, che riusciva a contenerlo solo in parte. I capelli radi erano quasi bianchi, e sul mento gli pendeva una lunga barba color fumo, che ondeggiava assurdamente di qua e di là, alla brezza che entrava da una finestra. Il vecchio alzò su Button due occhi sbiaditi e palesemente miopi, dai quali trapelava un interrogativo sbalordito.”

C’è veramente un tempo giusto per ogni cosa? Esiste un ordine prestabilito  per le esperienze della vita? Quando è che dobbiamo iniziare a rinunciare a inseguire un sogno, a lasciar perdere un’aspirazione, a mettere da parte un desiderio? C’è un età precisa in cui dobbiamo smettere di agire e cominciare a vivere di ricordi?

E se, raggiunta quella determinata età, qualcuno non avesse fatto tutte quelle esperienze che avrebbe dovuto? Se qualcuno fosse stato impossibilitato, per un motivo o per un altro, a godere di tutti quei benefici che si attribuiscono alla giovinezza? E  se per qualcuno quel tempo concesso non fosse stato abbastanza lungo per ottenere tutto quello che si era prefissato di raggiungere? Dovrebbe accontentarsi di ciò che ha avuto?

E se per qualcuno l’orologio girasse al contrario? Dovrebbe rinunciare a tutto?

Per Benjamin Button il giusto tempo di fare le cose non arriverà mai, potrebbe aspettarlo in eterno senza mai raggiungerlo, e, nell’attesa, perderebbe la possibilità di fare tutto ciò che la vita ti concede…Benjamin non aspettta, si fa guidare dall’istinto, agisce e, contro ogni ordine prestabilito, fa le sue esperienze, raggiunge i suoi traguardi e ripaga le aspettative di tutti; Benjamin vince sul tempo, finisce con il dettarne le regole e si guadagna la possibilità di “essere protagonista” della propria vita; se invece avesse seguito le regole del “buon senso” comune e avesse dato tempo al tempo, questo ruolo non gli sarebbe mai spettato di diritto: sarebbe sempre e solo stato una comparsa nelle vite degli altri e niente più di un’ombra nella sua.

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“ L’idea di vestire il figlio con indumenti da adulto lo ripugnava. Se, poniamo, fosse riuscito a trovare un abito da ragazzo in una taglia molto grande, avrebbe potuto tagliare quell’orrenda barbetta ondeggiante, tingere di nero i capelli canuti, e riuscire in tal modo a nascondere il peggio, conservando un’ombra di rispetto per se stesso…per non parlare della sua posizione nella buona società di Baltimora.”

 “ La bambinaia, che  Button avevano assunto in anticipo, abbandonò la famiglia dopo una sola occhiata, in preda alla più viva indignazione. Ma il signor Button insistette nel suo irremovibile proposito. Benjamin era un bimbo e tale doveva restare. In un primo momento ebbe a dichiarare che, se Benjamin non amava il latte tiepido, poteva ben restare completamente digiuno….Un giorno portò a casa un sonaglio e , facendone dono a Benjamin, insistette, in termini inequivocabili, che doveva giocarci; il vecchio lo prese con espressione di infinita stanchezza e incominciò a sbatterlo obbedientemente, a intervalli regolari, per tutto il giorno.”

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“Ma un bel giorno, qualche settimana dopo il dodicesimo compleanno, mentre si guardava allo specchio, Benjamin fece, o credette di fare, una scoperta sbalorditiva. Erano i suoi occhi a ingannarlo o veramente i suoi capelli si erano tramutati, nella dozzina di anni della sua vita, dal bianco canuto a una sfumatura di grigio ferro, sotto la tintura che li nascondeva? Forse l’intrico di rughe sulla sua faccia stava diventando meno pronunciato? E la sua pelle non era, per caso, più liscia e compatta, con addirittura una sfumatura di rosso colorito invernale? Non avrebbe potuto dirlo. Era un fatto che non camminava più curvo e che fin dai primi giorni della sua vita le sue condizioni fisiche erano andate migliorando”.

 “ Lei ha giusto l’età romantica” continuò lei “ cinquant’anni. A venticinque anni si è troppo appassionati di cose mondane; i trenta rivelano il pallore derivante dall’eccesso di lavoro; a quaranta l’uomo ha l’età in cui si prediligono i racconti di storie interminabili, che richiedono tutto un sigaro per finire la descrizione; la sessantina….Oh i sessanta sono già troppo vicini ai settanta; ma i cinquanta rappresentano la giusta maturità.”

 “…Benjamin scoprì di essere sempre più attratto dai piaceri della vita. Grazie alla sua crescente smania di divertirsi, egli fu il primo cittadino di Baltimora a possedere e pilotare un’automobile. Quando lo incontravano per la via, i suoi coetanei lo guardavano con invidi, perché Benjamin era l’immagine della salute e della vitalità. “Ha l’aria di ringiovanire ogni giorno di più “ osservavano.”

“Avrei creduto che tu avessi abbastanza amor proprio per mettervi fine”. “Ma come potrei farlo?” domandò. “Non ho nessuna intenzione di mettermi a discutere con te”. Ribattè Hildegarde. “ Ma c’è un modo giusto di fare le cose e un altro che non le è. Se tu hai deciso di essere diverso da tutti gli altri, non vedo come potrei impedirtelo, ma, certo, non mi sembra una decisione troppo riguardosa”. “ Ma, Hildegarde, non posso farci nulla!” “Si che puoi, invece. Il fatto è che sei testardo. Sei convinto di non voler assomigliare a nessun altro. Sei sempre stato così e lo sarai sempre. Ma pensa, solo per un istante, a come sarebbe il mondo, se tutti vedessero le cose come te…che fine farebbe il nostro pianeta?”

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“Nessun ricordo penoso turbava il suo sonno infantile; la sua mente non serbava traccia alcuna delle glorie universitarie o degli anni favolosi in cui aveva spezzato il cuore di tante fanciulle. C’erano soltanto le bianche pareti protettive del suo lettino e Nana, e un uomo che veniva a trovarlo ogni tanto, e un’immensa sfera arancione, che Nana gli indicava al crepuscolo, proprio un istante prima che si addormentasse, e che lei chiamava “il sole”.

 “Il passato…. La dura carica alla testa dei suoi uomini su per il fianco del colle San Juan; i primi anni del suo matrimonio, quando restava al lavoro fino a tardi nel crepuscolo estivo della città febbrile per la giovane Hildegarde, che egli amava…tutte queste cose erano svanite come sogni inconsistenti dalla sua mente, quasi che non fossero mai state.”

“ Poi, fu tutto buio intorno, e il suo bianco lettino, i volti indistinti, che si agitavano sopra di lui, e il tiepido dolce aroma del latte, ogni cosa si dissolse dalla sua mente.”